“Amianto, un fantasma del passato o una storia infinita?”: il caso di Casale

Sul I° tomo di “Amianto, un fantasma del passato o una storia infinita?” edito da New Press Edizioni, a cura di Claudio Minoia e Pietro Comba, un intero capitolo è dedicato al caso di Casale Monferrato (pp 99-114).

La città di Casale Monferrato ha ospitato dal 1907 al 1986 il maggior produttore italiano di cemento amianto, appartenente al gruppo Eternit. Lo stabilimento Eternit produceva lastre, canne fumarie, tubi per condutture idrauliche, condotte ad alta pressione e simili. Dal 1950 in poi 3434 operai e circa 250 impiegati hanno lavorato nello stabilimento di Casale Monferrato. Nel 1980 è stata riferita la produzione di 150.000 tonnellate di prodotti finiti, con l’impiego di 15.000 tonnellate di amianto.

Risalgono all’inizio degli anni ’80 le prime osservazioni sull’aumento di incidenza delle malattie correlate all’esposizione all’amianto, principalmente tramite segnalazioni da parte del Registro Tumori Piemonte. Nel 2006 si sono concluse le opere di abbattimento e bonifica dello stabilimento fino a giungere nel 2016 all’inaugurazione del parco pubblico chiamato EterNot proprio sulla stessa superficie. Il comune di Casale, oltre a favorire la rimozione volontaria delle coperture in cemento amianto dagli edifici privati, ha deliberato procedure per imporre la rimozione delle coperture in condizioni di degrado.

Tutte queste attività hanno portato ad una progressiva riduzione della concentrazione aerodispersa di fibre che ormai è simile a Casale come negli altri comuni dell’area ed è nei limiti fissati per i valori di qualità dell’aria. I dati a disposizione sul livello di esposizione professionale (ovvero nell’ambiente di lavoro) sono limitati; nel 1971 la concentrazione media di fibre era pari a 13,5 fibre/ml nell’area di produzione e arrivava a 303,8 fibre/ml nel reparto impasti, dove si miscelavano a secco cemento e amianto. Il valore limite indicato all’epoca era di 12 fibre/ml.

Parallelamente esiste il problema dell’esposizione ambientale. Infatti lo stabilimento Eternit era collocato a circa 1500 metri dal centro città e a circa 500 metri dalle prime aree residenziali. Nel corso degli anni sono stati effettuati molteplici campionamenti ambientali come ad esempio la rilevazione effettuata dall’Azienda Sanitaria Locale di Casale Monferrato tra marzo e luglio 1990 in cooperazione con l’Istituto Superiore di Sanità. Le misure sono state condotte ogni mese in 11 punti di prelievo nell’area urbana di Casale dove è stata rilevata una concentrazione media annua di fibre di lunghezza superiore a 5 μm inferiore a 1 fibra/litro, con il 12% dei campioni superiore a tale soglia. Il valore più elevato è stato di 8,4 fibre/litro.
In un’analisi ambientale più recente le misurazioni effettuate su 334 campioni hanno evidenziato la presenza di amianto in 12 punti diversi, ma con una concentrazione massima non superiore a 0,2 fibre/litro.
Una fonte rilevante di esposizione all’amianto è rappresentata dal “polverino”, un prodotto di scarto del ciclo produttivo delle tubature in cemento-amianto, una polvere finissima ritenuta ottima come materiale di riempimento, isolante per sottotetti e copertura di cortili. Questo materiale poteva essere reperito a costo zero dai cittadini del territorio, sia per uso privato che pubblico. L’estensione di tale impiego non è nota in modo certo e non è possibile stimare in modo quantitativo il contributo all’esposizione alle fibre aerodisperse e il rischio di mesotelioma associato.

L’incidenza di mesotelioma è rilevata dal Registro dei Mesoteliomi del Piemonte. Vari studi hanno indagato la mortalità tra i lavoratori dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato: l’osservazione ha incluso 2657 uomini e 777 donne, attivi nello stabilimento al 1.1.1950 o assunti successivamente. Al follow-up del 2003, il 57% dei soggetti considerati nell’analisi erano deceduti. Il numero di morti era superiore del 38% rispetto al numero atteso. Le principali cause di decesso sono state i tumori delle sierose pleurica e peritoneale, del polmone, dell’ovaio e le asbestosi.

E’ stato poi analizzato il rischio di mesotelioma conseguente all’esposizione domestica ad amianto, risalendo al nominativo delle mogli dei lavoratori dell’Eternit. L’elenco delle mogli è stato controllato escludendo le donne lavoratrici all’Eternit e segnalando quelle il cui matrimonio non corrispondeva al periodo di impiego del lavoratore. E’ stato quindi considerato un numero totale di 1780 donne (tra il 1965 ed il 2003); si è osservato un incremento della mortalità per i mesoteliomi della pleura, con aumenti più modesti e non statisticamente significativi nella mortalità per i tumori del polmone e dell’ovaio.
Conseguentemente a quanto esposto, gli studi condotti in questa realtà territoriale hanno evidenziato la presenza nei pazienti e nei familiari di una maggiore sintomatologia ansioso-depressiva, di un peggioramento della qualità della vita e di alcuni meccanismi di difesa quali il diniego, la dissociazione e l’isolamento. Dal 2015 in avanti si è realizzato un intervento psicoterapeutico di gruppo, rivolto a pazienti con diagnosi recente di mesotelioma e loro famigliari. Ancora oggi questo tipo di intervento è in corso.

Accanto alla sofferenza fisica emerge quindi quella psicologica e su queste tematiche la comunità e le amministrazioni hanno saputo interagire tra loro e con i settori dell’assistenza sanitaria e della ricerca, con la nascita di soluzioni sanitarie quali l’Unità Funzionale Interaziendale Mesotelioma (UFIM), attiva online con il Progetto Mai Da Soli (progetto nato dalla volontà della LILT Alessandria e realizzato dall’Azienda Ospedaliera Nazionale SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo in collaborazione con l’ASL AL, grazie al contributo della Fondazione Buzzi Unicem Onlus), sul sito www.meso.ospedale.al.it, modelli di rete organizzative per diagnosi e terapia (www.aslal.it/presentazione-progetto-ccm-mesotelioma-conferenza-stato-regioni), interventi sul disagio psichico, strutture e collaborazioni per la ricerca scientifica, quale la Banca Biologica del Mesotelioma.

E’ ammirevole la resistenza della comunità di Casale Monferrato ad uno dei maggiori disastri di origine industriale a livello nazionale; la forza di coesione tra cittadini, lavoratori, vittime ed amministrazioni locali rendono la città un esempio di ciò che si definisce resilienza.

Bibliografia:
“Il caso di Casale Monferrato” Corrado Magnani, Daniela Ferrante, Antonella Granieri, Stefano Silvestri, Dario Mirabelli. I° Tomo “Amianto: un fantasma del passato o una storia infinita?” a cura di Claudio Minoia e Pietro Comba, ed. New Press. 2018